È arrivato ottobre, ed è arrivato anche il freddo — un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma con la puntualità tipica di chi non ha mai sentito parlare di meteo scientifico. L’altra mattina, mentre andavo al lavoro tutto imbacuccato nel cappotto, mi è tornato in mente un pezzo di filastrocca che recitava mio nonno quando scendeva la temperatura. Faceva più o meno così:

O che freddo indemoniato,

Questo Inverno è arrivato,

Porta freddo, nebbia e venti

Purtroppo non ricordo molto altro. Ho provato a chiedere a mia mamma e ad altri parenti, ma anche loro non ricordano granché a riguardo — tranne questo pezzo, che hanno tutti in testa come se fosse il coro di una hit estiva. Ho cercato su internet e ho interrogato Gemini con la stessa serietà con cui si chiede a un bibliotecario di trovare un libro che esiste solo nel cassetto dei ricordi di famiglia. Niente. Zero. Il buco resta buco. Il che mi porta a pensare che potrebbe essere una filastrocca originale di mio nonno, o almeno qualcosa che nella nostra famiglia ha fatto il giro del salotto abbastanza volte da diventare patrimonio UNESCO domestico.

Chissà. Purtroppo sia lui che la nonna ci hanno lasciati da molti anni. Ogni volta che rientro in Italia, e ogni volta che prendo un volo per tornare a Dublino, mi manca la raccomandazione della nonna di dire al pilota di «tegn sü l’aereo». Non è un consiglio di volo che troverete su Skyscanner, ma a me sembrava molto più sensato di mettere il telefono in modalità aereo.

A proposito di filastrocche, un’altra del nonno era la seguente (questa volta in dialetto, e qui prometto di non toccare una sillaba):

Ghera n’om, sul canton de la pipa cün la porta en buca,

“Ghi mia vist pasà sü chesta galina na strada?

So tantu pers de ila rabiada, che se la masi la troi

Ades vo a ca, a muns la fiola e a met a let vaca

A scuà l’ort e a vangà la ca”

Che tradotto in italiano suona più o meno così:

C’era un uomo, allo stipite della pipa, con la porta in bocca:

«Avete mica visto passare su questa gallina una strada?

Sono tanto perso per averla arrabbiata, che se la ammazzo la trovo.

Adesso vado a casa, a mungere la figlia e a mettere a letto la mucca,

a zappare l’orto e a vangare la casa.»

Se vi sembra che manchi un filo logico, siete in buona compagnia: è proprio il punto. Mia mamma la recitava ridendo già alla seconda riga, e io ancora non ho capito se il problema fosse l’uomo, la gallina o la pianificazione della giornata.

Nel paese dove sono nato, in Italia, esistono ancora molte canzoni e tradizioni legate al dialetto. Ad esempio c’è la tradizione della merla, che si svolge durante quelli che molti considerano i tre giorni più freddi dell’anno — il 30 e il 31 gennaio e il 1º febbraio (altre versioni spostano le date di un giorno o due; l’inverno, del resto, non ha mai letto il calendario con attenzione). Si cantano strofe come «La merla l’è fiurida e tüti i la rimira» e «Corpu de bis dumese en basi, sangue de bis dumese en basin», e si scaccia l’inverno sparando e bruciando un fantoccio chiamato «la ’ecia» o «la vecia» — cioè la vecchia, per chi ha bisogno della versione in italiano standard.

Certo, cose del genere andrebbero raccolte in libri e siti finché siamo ancora in tempo. Il nostro passato è chi siamo, ma anche chi saremo — a patto che qualcuno ricordi almeno tre versi senza dover chiedere a Gemini, che per ora con mio nonno non va d’accordo.

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